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Santuario di San Giovanni al Calandrone

Santuario San Giovanni al Calandrone - Merlino

Il Santuario di San Giovanni Battista presso il Calandrone si trova a Merlino, sulla via San Giovanni, una strada sterrata che dal centro del paese attraversa la campagna lodigiana. Questo santuario è in Lombardia, l’unico a non essere dedicato alla Madonna, bensì ad un santo: San Giovanni Battista, appunto. Il “Calandrone” era invece un canale che un tempo circondava il Santuario, ma che oggi non esiste più.
Fin dall’antichità, il tempio di San Giovanni Battista apparteneva alla Pieve di Bariano, dedicata a Santa Eufemia, il cui nome appare su una pergamena dell’anno 885 in occasione di una permuta di immobili situati presso Rossate di Lavagna tra Gerardo, Vescovo di Lodi e Pietro, abate del monastero di Sant’Ambrogio.
Le prime notizie risalgono al 1261 e risultano da una pergamena conservata nell’Archivio Vescovile di Lodi, nota come la taglia del notaio Guala, un legato pontificio che impose al clero di Lodi una tassa, atta a finanziare la crociata contro Manfredi di Svevia, per conto di papa Urbano IV.

La pergamena rivela la presenza di un Oratorio, restaurato nel 1466, un pozzo, una lapide, un sepolcro ed altri oggetti che provano l’esistenza di un villaggio forse ancora più antico del comune di Merlino.
La devozione a San Giovanni Battista risale a circa il 1500 ma è solo nel 1738 che per la prima volta la cronaca parrocchiale fa riferimento alle prime Grazie ottenute per intercessione del Santo da alcuni fedeli che si sono bagnati o hanno bevuto l’acqua delle vasche.
Si tratta di due vasche poste ai lati della chiesa: una sana e integra e una crepata, spezzata in cinque punti. Alla prima accorrono in molti per attingere l’acqua miracolosa che fuoriesce dal rubinetto. Sopra questa vasca si trova un’antica lapide con la scritta: “di San Giovanni il fonte ha due Palme/lava il morbo alle membra e il vizio all’alme”
La seconda vasca, quella crepata, è la vasca storica per eccellenza, dalla quale sarebbe scaturita la prima fonte. È sicuramente la più famosa tra le due perché sulla lapide si può leggere questa frase: “è una delle due antiche vasche. Secondo la tradizione un cacciatore vi portò il suo cane malato dicendo: O san Giuan, se te fè guarì i cristian fa guarì anca el me can. (O san Giovanni se fai guarire i cristiani, fa guarire anche il mio cane). Appena vi immerse il cane la vasca si spaccò.”
Due secoli dopo, Antonio Maria Pozzoli, Parroco di Merlino dal 1698 al 1703 segnala di aver visto, su un pilastro esterno della chiesa, la data 1466, insieme all’immagine di San Bernardino da Siena. Sotto il dipinto si intravedeva un precedente strato di calcina “pitturata” che lasciava intendere che la chiesa era stata restaurata e ridipinta, e che in tale occasione l’immagine originale del santo venne sostituita dal nuovo affresco, presumibilmente nella seconda metà del quattrocento.
Nel 1744 il Vescovo di Lodi, Giuseppe Gallerati, scrive un a lunga relazione sulla gran quantità di Grazie Ricevute appese alle pareti del santuario, segno di una forte devozione e di molte guarigioni dovute alla preghiera e all’intercessione del santo.
Negli anni ’50 del ‘900 don Paolo Tinelli, coadiutore di Merlino diede un particolare risveglio di pietà e devozione al santuario. Durante questo periodo il Vescovo di Lodi, Tarcisio Vincenzo Benedetti, rettore del santuario, contribuì a rivalutare e riaffermarne l’importanza. I parroci che si sono succeduti nel ‘900 hanno apportato alcune modifiche, che hanno reso il santuario così come lo conosciamo.
Giovanni Battista Montini, cardinale di Milano e futuro Papa Paolo VI, fu molto devoto a questo Santuario. Una volta al mese, a sera inoltrata, da Milano vi si recava, e rimaneva in ginocchio, per un’ora, davanti alla porta chiusa, in preghiera, in ringraziamento per il bene ricevuto.
Paolo VI fu anche un benefattore: nel 1972, già Papa, donò al parroco don Felice Marzatico, un milione di lire per contribuire al restauro del Santuario.
Ancora oggi il santuario è meta di pellegrinaggi per la devozione dei fedeli che arrivano dal lodigiano, dal cremasco e dal milanese. Il santuario apre ogni anno il lunedì di Pasqua e rimane aperto fino alla seconda domenica di settembre. Le sante Messe vengono celebrate il martedì alle 21.00 e la domenica alle 18.00.
La festa si svolge il 24 giugno, giorno della nascita di San Giovanni.

Memorie d’Acqua e di Fede: Il Santuario di San Giovanni al Calandrone

Ai confini tra le terre lodigiane e l’area cremasca, dove l’acqua della Roggia Calandrone segna il passo della pianura, sorge un luogo dove la devozione si fa fisica, quasi ostinata. Il Santuario di San Giovanni Battista, a Merlino, non è solo un edificio religioso: è un baricentro antropologico che da oltre sette secoli raccoglie le speranze di chi, per una grazia o una promessa, è pronto a percorrere l’ultimo tratto di strada “carponi”.

Tra Solstizi e Sacre Scritture

Il culto affonda le radici in un tempo ancestrale. Se il calendario cristiano fissa la festa del Battista il 24 giugno, la memoria contadina sa che quella è la notte del solstizio, il trionfo del sole. È la notte della rugiada che “leva i malanni”, della camomilla raccolta allo zenith della sua forza e dei presagi per il raccolto.

San Giovanni, figura titanica venerata anche dal Corano come il profeta che precede Maometto, trova qui la sua “piccola Valle del Giordano”. Come testimoniano le pergamene del 1261 e la successiva presenza della congregazione degli Umiliati, questo santuario è un unicum nel panorama lombardo, meta di pellegrinaggi che un tempo vedevano i fedeli attraversare l’Adda sui traghetti, sfidando fatiche e imprevisti.

L’Architettura del Miracolo

L’attuale struttura, incastonata in un boschetto sulla riva destra del Calandrone, è l’evoluzione di una primitiva aula quadrata del Duecento.

  • 1466: L’ampliamento con l’aggiunta del coro e dell’altare marmoreo.
  • L’Affresco: Lo sguardo di San Giovanni che indica l’Agnus Dei, simbolo di una redenzione che passa attraverso l’acqua.
  • Le Vasche: Cuore pulsante del santuario, protette da un portico per accogliere gli ammalati che cercavano conforto e guarigione nelle acque benedette.

Proprio le “rendite” derivanti dal flusso incessante di devoti furono al centro di una secolare disputa tra le parrocchie di Merlino e Marzano, a testimonianza di quanto il sito fosse un polo economico oltre che spirituale.

Il Folklore: Cani, Croci e Rugiada

La storia del Santuario è punteggiata da una letteratura orale vivissima:

  • Il monito al sacro: Si narra di un cacciatore che tentò di far guarire il proprio cane immergendolo nelle vasche riservate ai cristiani; la vasca, offesa dal gesto, si crepò all’istante.
  • I riti di protezione: Nelle cascine vicine, come alla Pozzobonella, il ricordo va a nonna Sandra e a tutte le donne che, al primo tuono, bruciavano ulivo benedetto in croce per salvare il raccolto dalla tempesta, affidandosi al Battista.
  • Il rito dell’alba: Ancora oggi, la testimonianza più pura è quella di chi raggiunge la chiesa in bicicletta alle cinque del mattino, trovando il santuario “luccicante” e colmo di una folla silenziosa e splendente di gioia.

Il Sigillo della Memoria

Il Santuario di San Giovanni al Calandrone non è una semplice architettura di mattoni, ma un autentico “serbatoio” di identità dove l’acqua – linfa vitale che modella da millenni la nostra pianura – compie il miracolo di trasformarsi da risorsa agricola in sorgente di rinascita spirituale. In questo lembo di terra tra rogge e fontanili, la storia si intreccia indissolubilmente al mito e alla profezia, ricordandoci che chi ha la fortuna di nascere in questa notte magica “campa almeno cent’anni” e che la sua rugiada ha il potere di lavare via ogni malanno; qui, il visitatore è invitato a riscoprire un tempo in cui il sacro abitava persino il fango delle rive, tanto che prima di bere a una roggia bastava invocare il Battista perché anche l’acqua popolata da rane e bisce diventasse benedetta. Sostare al Calandrone significa dunque immergersi in un paesaggio culturale dove la fede è ancora fresca come un’alba in bicicletta, un’eredità vibrante che ci chiama a proteggere queste radici affinché la nostra tradizione, invece di frantumarsi, continui a scorrere limpida e risoluta verso il futuro.