Cascina Ronco

Le radici e la storia di Cascina Ronco

La storia della Cascina Ronco è racchiusa nel suo nome. Il territorio in cui è collocata era una foresta come la maggior parte dei siti padani, ma ben presto la necessità di produrre alimenti per la vicina città ambrosiana che si ingrandiva, ha prodotto una serie di necessarie opere di bonifica. Il bosco dovette cedere il passo ad aree coltivabili che venivano “roncate”, sottoposte cioè a una serie progressiva di interventi, prima di estirpazione, poi di dissodamento, fino a rendere i terreni perfettamente coltivabili.

“Ai nuovi appezzamenti di terra così ricavati, si dava un nome riconoscibile ad una etimologia tramandata come: Roncarolo, Ronchetto, Roncolo, o più semplicemente Ronco come il nostro di Poasco; tutti derivati dal latino medioevale runcare, ossia estirpare usando la ronca o roncola, il noto attrezzo in ferro a lama ricurva per potare, o per dir meglio, per appunto disboscare.”1 In questo territorio tali operazioni si fanno risalire ai Romani, arrivati a Milano nel 222 a.C. dopo la conquista della Padania. Essi eliminarono paludi e acquitrini, costruirono canali, bonificarono le terre, cominciarono una colossale opera di
disboscamento, per creare nuovi coltivi.

 “L’intero territorio venne misurato e parcellizzato, suddiviso in riquadri regolari di 710 metri di lato, affidati in conduzione ai coloni, in genere ex soldati, funzionari o notabili: a questa immane operazione si diede il nome di centuriazione (da centuria, lotto originario distribuito a cento coloni). Agli incroci delle strade, ai limiti dei campi, furono piazzati dei cippi o delle colonnette in granito per segnare i confini, i cosiddetti ‘pilastrelli’. Questi erano considerati inviolabili, inamovibili, ‘sacri’.

Sul loro siti o nei pressi, a dominazione romana conclusa, sorsero in epoca cristiana dei luoghi di culti: oratori campestri, edicole religiose, chiesette; tra i
campi che compongono il podere Ronco, a nord della cascina verso Sorigherio, ce n’era e tuttora ce n’è uno chiamato ‘campo del Pilastrello’; fino a non molto tempo fa li sorgeva una cappelletta.”
2

“Romano è sicuramente il frammento di lapide ora infisso all’esterno della chiesa parrocchiale, di ignota provenienza”3 (la chiesa, di origine antecedente a Chiaravalle, insieme a Cascina Ronco “formano il cuore e l’anima di Poasco”4) con molta probabilità di tratta di una stele funeraria. Dante Olivieri, studioso di toponomastica, in Poasco leggeva –asco com aggettivo del nome personale Podo (Podaschum è la prima formulazione latina, poi italianizzata con Podascho). “I suffissi in –asco” provano una nascita più arcaica di quelli terminanti in –ano (es. Borgiano) o –ago e –ate (es. Locate) di origine celtica, -asco infatti è “opera di genti Liguri, pre-indoeuropee”5. Un altro elemento romano è il “coperchio di sarcofago in serizzo con acroteri o apici agli angoli, anch’esso di provenienza sconosciuta e risalente all’età romana o romanobarbarico”140, da qualche hanno conservato in un giardino di Cascina Ronco. Da tempo immemorabile era collocato nella stalla (andata distrutta nell’incendio del 1990) riciclato a canalina.

I documenti storici inerenti il Ronco partono da una permuta di terreni, una pergamena conservata all’archivio di Stato di Milano, datata 1277. A scriverla “è il notaio milanese Giovanni de Vaprio, in un atto regolato nella canonica di San Nazaro in Brolo a Porta Romana, protagonisti i canonici della medesima chiesa e alcuni rappresentati dell’Abbazia di Chiaravalle”6. Fino ad allora e per diverso tempo ancora il Ronco e Poasco rimase ai Canonici della Collegiata di San Nazaro in Brolo.

 

Il Gran Cancelliere Danese Figliodoni al Ronco

“La storia della Cascina Ronco è strettamente legata alle vicende di Danese Figliodoni (Piacenza 1510- Milano 1591)7, Gran Cancelliere dello Stato di Milano, appartenente ad una delle più influenti famiglie milanesi, acquisì nel 1559 gran parte delle terre di Poasco”8.

Danese Figliodoni dal 1570 fu Presidente Magistrato della Camera Straordinaria, per tale nomina, all’interno del potere statale, si occupava di finanze, commercio, feudi tasse e molti altri settori, tra cui la gestione delle acque dello Stato. Divenne poi Reggente dello stato di Milano presso la corte di Madrid e nel ‘79 venne eletto Gran Cancelliere, controllore di tutta la vita civile dello stato, carica vitalizia del ducato inferiore solo al Governatore.

Le terre acquistate da Figliodoni, dai canonici della collegiata di San Nazaro in Brolo, erano ancora coperte da una fitta boscaglia; il Gran Cancelliere investì grossi capitali nel fondo di Poasco, attivato dal suo spirito imprenditoriale e dalle capacità amministrative e gestionali che caratterizzano tutta la sua carriera. Fece roncolare le terre e costruire dall’ingegnere idraulico Carminati-Brambilla nel 1563-64, un canale che portasse acqua ai suoi possedimenti, grande opera di ingegneria idraulica. Tale canale, anche oggi, prende le acque dalla roggia Vettabbia, scorre a fianco della strada Comunale per Poasco e poi devia per Cascina Ronco. Lungo il cavo il Figliodoni, chiamato ancora oggi Cavo Danese o Fontanile Vigentino, fece costruire un mulino, la struttura della casera, originariamente la casa padronale poco più a sud e, ad un centinaio di metri, una casa colonica, la sua, a due piani con loggiato al piano terra, sorretto da possenti colonne in granito. La casa da nobile è dettagliatamente descritta nella relazione a firma dell’ing. Maffezzone redatta in Milano il 5 settembre 16429. Viene inoltre rappresentata in pianta nelle mappe del Catasto teresiano del 1722. Sui terreni, prima acquitrinosi e nebbiosi, per cui poco produttivi, furono realizzati importanti opere di drenaggio delle acque, per evitare gli impaludamenti e limitare la formazione di banchi di nebbia. Con le acque del Cavo Danese alimentò il mulino a nord della possessione, forse da subito dotato non solo delle mole per la macina dei grani, ma anche del grande mortaio e dei pistoni per sbucciare i chicchi di riso: la “pila”, oggi ancora intatto e funzionante, ristrutturato nel XIX secolo, un unicum rarissimo, monumento di archeologia industriale.
Investì poi molti soldi per aumentare la produttività dell’azienda: nuove stalle, più efficienti caserme per la lavorazione del latte e la produzione di latticini e formaggi, abitazioni più adeguate al maggior numero di contadini occupanti; fece costruire inoltre un torchio manuale per la spremitura dell’uva.

Dalla morte di Danese Figliodoni, nel 1576, gli eredi susseguitisi furono numerosi, finché nel 1739 il Marchese Luigi Cagnola senior, avendo sposato la lontana nipote di Dorotea Figliodoni, Marianna Taverna, ne rivendica la proprietà. La Cascina e Poasco rimangono nelle mani della famiglia Cagnola finché l’omonimo nipote, nel 1792 vende il Ronco al Luogo Pio della Misericordia di Milano, per pagare i debiti.
Quest’ultimo Luigi Cagnola (1764-1833) altri non è che uno dei massimi esponenti del neoclassicismo in architettura, conosciuto a Milano per la realizzazione dell’Arco della Pace al Parco Sempione e non solo e rinomato anche in tutta Europa.

Il Consorzio della Misericordia di Milano nasce nel 1368, per volontà di alcuni mercanti milanesi che si proponevano di assistere i poveri con elemosine. Crebbe in fretta e, ben presto, divenne il principale Luogo pio elemosiniero di Milano.
Venne soppresso nel 1784, ma solo nominalmente perché il consorzio continuò a funzionare fino ad epoche recenti quando venne inglobato nella Congregazione di Carità poi divenuta IPAB e infine Azienda di servizi alla Persona «Golgi-Redaelli».

Il nuovo Ronco dell’architetto Giorgio Manzi: un “patrimonio immobiliare”

Sicuramente è opera del Luogo Pio la configurazione odierna realizzata a metà Ottocento. Questi commissionarono un progetto all’architetto Giorgio Manzi, il quale decise di spianare completamente il Ronco occidentale (quello del Catasto Teresiano) “perché era fatiscente e forse non più funzionale ai nuovi orientamenti produttivi”. Rivolse quindi tutte le sue attenzioni al comparto edilizio orientale, “sul quale interviene in maniera strepitosa, iperbolica”10; ristrutturando e amplificando, il Manzi fece diventare Cascina Ronco una sorta di monumento architettonico all’agricoltura moderna, frutto di un pensiero improntato al razionalismo e al neoclassicismo architettonico. Recuperando le preesistenze del Ronco tra cui il mulino, conferisce un aspetto ordinato al sito ed una nuova funzionalità alla cascina. “Ad opera conclusa, a Manzi fu chiesto di dare diffusione del suo progetto relativo al Ronco, che tanto successo aveva riscosso, dalle colonne del ‘Giornale dell’Ingegnere, Architetto ed Agronomo’: egli aderì alla richiesta, allegando allo scritto un’opportuna planimetria. […]
Manzi precisava che due corpi di caseggiato sussistevano in stato di ottima conservazione – il mulino e quello poi adibito a casa coloniche; tornava perciò
obbligo del proponente di coordinare l’intero progetto del fabbricato a queste due parti da conservarsi.”11

L’architetto Manzi continua la descrizione della sua opera: “una duplice coppia di gigantesche colonne in granito impreziosisce l’abitazione a due piani
dell’affittuario sulla sinistra (ex casa del fattore, del lattaio e casero), formando un grazioso doppio portico in tre arcato affacciato sul giardino (già
‘due colonne di vivo’ sostenevano nel 1642 l’ipotetico portico dell’antica dimora patrizia e campestre riservata ai Figliodoni); il giardino è cinto da muro;
tramite un cancello in ferro si accede direttamente alla via pubblica, sul lato nord.”12 Sembra che il Manzi nel suo nuovo assetto abbia voluto in questo edificio fare una citazione storico architettonica alla antica casa da nobile, inserendo qui le colonne in granito, di antica fattura, del tutto simile a quelle esistenti nel mulino, nelle cantine e nella stalla situata ad ovest.

Le marcite occupavano circa metà della superficie del podere: i foraggi rappresentavano di conseguenza la coltivazione prevalente, che finiva ad alimentare le cento vacche allevate in cascina, per la produzione di latte lavorato nel caseificio.
Altrettanto importante la coltura dei cereali, di sicuro frumento e granoturco, meno diffusa quella del riso: i primi venivano macinati nella mole del mulino,
il secondo era “percosso” dai pestoni della pila. Soddisfatto il bisogno locale, il resto finiva soprattutto sui mercati milanesi, concorrendo a determinare l’aumento ‘dell’annua produzione, che per svariate cause si seppe indurre da trenta anni a nelle nostre terre irrigue’ con queste parole l’ingegnere Giorgio Manzi spiegava e motivava il grosso investimento di capitali al Ronco dal Luogo Pio.”13

A proposito delle rilevanze stilistico-culturali di cascina Ronco, l’architetto Paola Branduini di RURALIA (Associazione italiana per il Recupero Unitario delle Realtà Agricole e dei Luoghi), disse:

Il complesso di cascina Ronco rispecchia la tipologia della cascina quadrangolare milanese organizzata attorno ad una corte centrale, ma si distingue per la forte simmetria assiale, che va dall’ingresso alla casa padronale. Questa collocazione è chiaramente scenografica e rispecchia i principi prospettici che erano stati sperimentati dal Palladio nelle ville agricole venete.14

Bilanciati e assolutamente simmetrici erano gli edifici rurali del cortile, prima che un rovinoso incendio nell’estate 1990 distrusse la grande stalla in sette campate situata sul lato orientale, idonea per un centinaio di vacche, con soprastante fienile.

Continua così la relazione storico-artistica della Soprintendenza, nella descrizione di Cascina Ronco: “a nord e a sud dello scomparso stallone: la tromba o pompa idraulica, l’ex scuderia per 18 cavalli, ex stalla per una dozzina di buoi, un silo del tipo bolognese per l’immagazzinamento dei cereali [quest’ultimo realizzato all’inizio del novecento]. A sinistra si innalzano su robusti pilastri due portici, chiusi da muro verso la campagna, aperti sulla corte: in uno si
conservano balle di fieno e si allevano vitelli e manze da carne (non più le bovine da latte), l’altro serve alla pulizia, alla preparazione, al confezionamento della verdura raccolta sui prati pertinenti alla cascina. Sia nell’ex scuderia, che nella stalletta nel mulino, i soffitti sono retti da belle colonne in granito.

“Dalla parte del cortile, gli edifici delineati all’ingresso hanno un aspetto sobrio e composto: sfilza di porte e finestre nel fabbricato orientale, con abitazioni di due stanze per i salariati. Portine e portone arcuato al pianterreno dell’altra parte; al primo piano camere e un ampio suggestivo granaio155; seminterrate le cantine e l’ex casera per la produzione dei latticini, dei formaggi, lastricata di beole, con soffitto a volta, a botte, di nudo mattone, sorretto tra l’altro da tre colonnette in granito. Si ritiene pertanto che tale complesso rappresentando un esempio di architettura rurale progettata e razionale debba
essere sottoposta a tutela”15.

La storia contemporanea di Cascina Ronco e i segni del tempo

Dalle origini della cascina l’attività agricola non si è mai interrotta, oggi vive e lavora la famiglia Villa, trasferitasi nel 1936 nel ruolo di fittavoli e continua la
produzione negli 85 ettari di campi. Dagli inizi del novecento qui come altrove si è modificata in maniera radicale l’economia, la vita stessa delle aziende,
in cascina i lavoratori non si contano più a decine, ma spesso sul palmo di una mano. Al Ronco, all’arrivo dei Villa nella figura del patriarca Luigi, viveva
stabilmente una trentina di famiglie, a cui si aggiungevano gli stagionali, come le mondine e i tagliariso; oggi il lavoro è suddiviso tra i cugini Villa e
qualche manovale.

Niente sembra favorire il lavoro dei contadini e la vita stessa delle aziende a causa della precarietà dei contratti agrari, dell’incertezza del futuro; a rischio sono, e son sempre state specialmente le cascine situate ai margini degli abitati. Fattori locali che rendono sempre più difficile l’esistenza delle cascine soprattutto periurbane, sono l’inquinamento delle acque, che al Ronco, negli anni ’60, determinò la fine prima delle marcite e poi delle risaie, perché “l’erba addirittura brucia nei prati”16; la difficile convivenza di alcune attività (specie gli allevamenti) con gli abitanti, l’accerchiamento ad opera delle nuove
residenze, la sottrazione di aree produttive a scopi edificatori.

Per quanto riguarda il Ronco inoltre, mentre i suoi campi rientrarono nei confini del Parco Agricolo Sud Milano, ente dal quale sono normati e garantiti, il
complesso edilizio ne è invece inspiegabilmente escluso, nonostante le richieste di inserimento, così da ricadere nell’area urbana suscettibile a
trasformazione.

Sempre nel 1990 l’IPAB ha messo in vendita il podere tramite asta. Si è aggiudicata la possessione un agricoltore di Abbiategrasso, Pietro Rognoni, che però decise di rivendere subito la struttura della cascina per tenersi i campi, di cui ancora oggi è proprietario. La cascina venne acquistata da una società immobiliare milanese, da subito e per vocazione interessata a costruire residenze più che a lasciar vivere la cascina come luogo agricolo. In occasione poi, nel 1994, del Piano Regolatore Generale del Comune di San Donato Milanese (comune sotto la cui amministrazione risiede il Ronco) “si sostenne che ‘non essendo presente l’attività agricola’, la cascina poteva ‘essere trasformata in residenza’; tale variante venne approvata dalla Regione. Nel 1997 i cittadini di Poasco firmarono una petizione per il mantenimento dell’attività agricola, in realtà ancora presente in cascina; nel 1998 un’ulteriore variante del PRG ha confermato la presenza dell’attività agricola e limitato la trasformazione della cascina sottoponendola a Piano di recupero che potrà essere approvato ‘purché non pregiudichi l’attività agricola’”17.

Cascina Ronco ha cambiato numerose volte i proprietari dal 1992, anno in cui scoppiò Mani Pulite, e numerose sono state le Società immobiliari che si sono succedute con l’intento di trasformare gli ambiti di Cascina Ronco in zona residenziale di lusso. Oggi la Cascina è di proprietà di FIMI srl.

Nel luglio del 1990, si verificò un incendio nelle stalle ad est, dove erano collocate numerose mucche da latte. Queste vennero salvate e spostate in ricoveri
temporanei. L’incendio bruciò solo il tetto e le parti in legno delle stalle.
L’intervento dei pompieri fu immediato e durò molte ore per la difficoltà di spegnere il fieno ardente, fu utilizzata tanta acqua e il pavimento del cassero
contenente il fieno si incrinò. Nei giorni successivi la stalla fu quasi interamente abbattuta a seguito della decisione dell’allora Sindaco di San
Donato Milanese. Non avendo un’altra struttura adatta al mantenimento delle proprie mucche, il bergamino dovette andarsene poco tempo dopo e i conduttori si concentrarono sull’allevamento di vacche da carne.

Una forte nevicata nel 2009, con seguente gelata che fece appesantire la neve, provocò un crollo nel settore sud-est del Ronco, nell’angolo sulla strada d’accesso alla cascina, strada che porta anche ad una via residenziale. Nel 2012 l’agenzia immobiliare decise che era necessaria una messa in sicurezza dell’edificio, si attuò facendo crollare la struttura del primo piano, sul piano inferiore, azione che provocò ingenti danni alla base dell’architettura. Successivamente tutto il settore Sud-Est, dalla strada d’accesso: via del Ronco, via Berlinguer, venne impalcato e coperto, un impacchettamento che nasconde tutto l’edificio ancora sano che potrebbe mostrare il bel motivo disegnato con i mattoni in cotto.

Oggi gli ex pollai di cui era fornita la struttura realizzata dal Manzi sono assolutamente inutilizzabili, anche se non erano più sfruttati da tempo, e la vegetazione continua inesorabilmente a prendere il sopravvento dell’edificio.

Nell’estate del 2015 è crollato un altro tetto del settore sud-est, della parte interna che affaccia sull’aia, a causa delle travi in legno marcite per colpa dall’acqua piovana.

Tempestivamente è stata mandata una mail informativa sia alla proprietà che alla soprintendenza ma, a parte una breve risposta, non è poi successo niente. Questo edificio era in piccola parte utilizzato dall’azienda agricola, oggi non più, esso è lasciato in balia di sé stesso.

La responsabilità di questi crolli della struttura, attraverso mail o lettere di avvocati, sembra rimbalzare continuamente tra i proprietari, che hanno obblighi
per quanto riguarda la manutenzione straordinaria, e i gestori che si occupano di quella ordinaria. È certo che una struttura così grande e antica necessita
costantemente di cure da entrambe le parti, ma se da una parte lo si fa con dedizione e attenzione per cercare di mantenere bellezza e originalità; è
evidente (andando a rileggere gli scambi di mail) che dall’altra parte si cerca sempre di accusare la mancata manutenzione ordinaria e si interviene
controvoglia, cercando la soluzione più comoda e meno dispendiosa, aspettando solo di attuare il Piano di recupero.

Nel 2008 la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici pose dei vincoli su Cascina Ronco e relativi ambiti. Vennero dichiarati “di interesse
storico-artistico particolarmente importante” ai sensi dell’art.10 e dell’art.13 del DLgs 42/2004 e dell’art. 45 del Codice Urbano “per i motivi contenuti nella relazione storico-artistica”. Così “ai fini della salvaguardia dell’integrità di detti immobili e delle loro condizioni di prospettiva, luce, visibilità, cornice ambientale e decoro” venne posto un vincolo diretto a tutti gli edifici costituenti la cascina e sottoposto a prescrizioni di tutela indiretta i terreni circostanti e quindi quelli di proprietà della Società Immobiliare e del Comune. “L’area dov’è situata la Cascina Ronco ha un’importante valenza in quanto cornice ambientale del compendio rurale oggetto a tutela diretta”18.

“In data 18 febbraio 2010, la società FIMI ha presentato alla Soprintendenza istanza per la modifica del decreto di vincolo del 27 febbraio 2008 al fine di ottenere la limitazione del vincolo diretto solo ad alcuni degli edifici” che compongono la cascina escludendo quelli riconsiderati di nessun pregio storico-artistico. E la modifica della tutela indiretta delle aree circostanti “esterne al complesso cascinale e ad esso immediatamente contigue ricadenti nel perimetro del Piano di Recupero”19. Si chiese quindi di modificare le prescrizioni di tutela in modo da rendere queste le aree compatibili con il progetto residenziale.

Il 21 maggio 2010 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio di Milano, ha avviato il procedimento per l’annullamento del DDR 17.2.2008 e il rinnovo della dichiarazione di interesse culturale della villa e delle due case coloniche.

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1 Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici delle province di Milano, Bergamo, Como, Pavia, Sondrio, Lecco, Lodi e Varese. San Donato Milanese frazione Poasco, Cascina Ronco, Relazione Storico – Artistica della soprintendenza, funzionario responsabile: Arch. Silvana Garufi Milano 27 febbraio 2008
2 Relazione Storico – Artistica della sovrintendenza, funzionario responsabile: Arch. Silvana Garufi, op. cit.
3 Sergio Leondi, Le nostre radici. Storia della Cascina Ronco a San Donato Milanese, un patrimonio da tutelare, Grafiche Giardini, Pantigliate, giugno 2007, p. 11
4 Arch. Silvana Garufi, prefazione in Le nostre radici. Storia della Cascina Ronco a San Donato Milanese, un patrimonio da tutelare, op. cit. p. 4 164 Sergio Leondi, Le nostre radici. Op. cit. p 10
5 Ivi. p. 11
6 Sergio Leondi, Le nostre radici. Op. cit. p.14
7 ibidem
8 Luigi Ambiveri: Danesio Filiodoni Gran Cancelliere dello Stato di Milano, in Strenna Piacentina, 1888
9 Archivio storico ASP “Golgi Radaelli”, fondo Fondi di proprietà del luogo Pio della Misericordia, cartella 2259 e 2261
10 Relazione Storico – Artistica, funzionario responsabile: Arch. Silvana Garufi, op. cit.
11 Relazione Storico – Artistica, Silvana Garufi, op. cit.
12 ibidem
13 ibidem
14 Paola Branduini in Le nostre radici, op. cit. p. 52
15 Relazione Storico – Artistica, Silvana Garufi, op. cit
16 Alessandra Brancolini di Associazione Culturale Teatro di Stalla, in Le nostre radici, op. cit. p. 62
17 Paola Branduini in Le nostre radici, op. cit. p. 58
18 Ministero per i Beni e le Attività culturali, Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici della Lombardia, Protocollo generale, 27 febbraio 2008 op. cit.
19 Piano di Recupero Cascina Ronco, Relazione tecnica del settembre 2010, ad opera del prof. arch. Paolo Caputo